Nei periodi delle festività, quando iniziano le
vacanze scolastiche non tutte le attività professionali chiudono come
le scuole. Di conseguenza in questo periodo, per i genitori che
lavorano, in special modo per le madri, può capitare che si incontri
qualche nuovo ostacolo nel tentativo di incastrare gli orari di tutti
gli impegni. A questo si aggiunge la difficoltà nel far comprendere ai
figli perché si debba andare a lavorare, invece di restare a casa con
loro, che godono delle vacanze scolastiche. Senza trascurare che
talvolta non è facile nemmeno per noi stesse trovare delle spiegazioni
razionali nel vedere gli altri in festa mentre noi non ci possiamo
staccare dai vincoli del lavoro.
Esaminare per un momento, con un po’ di ironia, lo
svolgersi di queste giornate, può rivelare delle scene davvero
ridicole: Fin dall’inizio il suono della sveglia ci fa l’effetto di
una scossa elettrica che ci pervade lungo tutto il corpo e cominciamo
a pensare macchinosamente tutte le operazioni da compiere. Quando ci
mettiamo davanti all’armadio i vestiti ci sembrano mai stati tanto
inadeguati: il primo è troppo corto, il secondo troppo lungo, il terzo
ha un colore che non si addice all’umore, il quarto è troppo attillato
e il quinto non è certo quello adatto all’incontro formale che
dobbiamo avere con il tal Signor X. Finalmente dopo essere riuscite a
vestirci, seguono le operazioni in sala trucco. Qui i capelli sembrano
far parte dell’esercito più rivoluzionario che sia mai stato citato
sui libri di storia e ci richiedono parecchio impegno per renderli
malleabili. Proprio mentre litighiamo con l’ultimo ciuffo che stà
all’insù, armate di lacca, le lancette dell’orologio sembrano urtarci
fisicamente per spingerci sempre più all’alta velocità. L’ora segna
improrogabile il tempo limite a nostra disposizione per recarci
puntuali al lavoro, ma, una breccia si apre in tutto questo marasma e
sospende per un attimo questa folle corsa, dietro la porta vediamo
fare capolino alla nostra tenera e dolce bimba (o il nostro tenero
bimbo) che, appena sveglia/o, ci osserva in silenzio. Vorremmo stare
un po’ con lei/lui, per darle il buongiorno e magari giocare qualche
minuto, ma l’orologio continua la sua corsa ....niente paura, il
silenzio non dura a lungo: all’improvviso, dalla tenera voce della
bimba/o, arriva il quesito più struggente...... che ci condizionerà
per il prossimo futuro "Mamma perchè vai a lavorare e non resti a casa
con me?". Ecco che la luce del pulsante dell’allarme si attiva
nella nostra testa, mentre noi siamo alla ricerca della risposta più
adeguata da far seguire a quella domanda. Mentre annaspiamo alla
ricerca della formula per esprimerci nel modo migliore, la
situazione precipita, perchè la bimba/o non vuole sentire ragioni e
con insistenza fa presente di volere la mamma a casa.
Ma cosa possiamo rispondere? Sono pianti sofferti o
solo capricci per farci disperare? Come possiamo reagire?
Ho avuto più volte modo di constatare che la crisi
di sofferenza per la mamma che lavora si verifica con molta frequenza
e in particolare nelle bambine intorno ai cinque anni e nei maschietti
dopo i sei anni. [Senza incorrere nell’errore di inutili e fuorvianti
generalizzazioni, occorre aver ben chiaro il fatto che, il momento
della comparsa della crisi, dipende dalla personale storia di ogni
bambino, ma vi può essere una motivazione comune.] Analizzando
psicologicamente il motivo della comparsa di questa difficoltà,
occorre partire da alcune considerazioni. A quest’età i bambini hanno
superato buona parte del carattere egocentrico, hanno già avuto modo
di acquisire e migliorare la capacità di condivisione delle norme
sociali attraverso gli insegnamenti degli adulti della famiglia e
della scuola materna e nel contempo hanno avuto modo di affermare la
loro autonomia. Ecco in questo stà il punto fondamentale: quando i
bambini si sentono parte integrante della società, al tempo stesso la
loro individualità viene meno, solo nel rapporto affettivo-relazionale
riescono a meglio identificarla. Dunque il timore che possa venire
a mancare l’affetto della mamma, che rappresenta in assoluto il primo
tramite attraverso il quale è cominciata l’esplorazione del mondo, può
significare per il bambino dover mettere a repentaglio quanto fin’ora
conquistato. L’affermazione del soggetto stà proprio nella certezza
dei legami affettivi. Le vacanze scolastiche (natalizie,
pasquali o estive) rappresentano un periodo in cui i piccoli allievi
sono sollevati dai loro impegni che scandiscono gli orari della
giornata, di conseguenza risulta implicito il desiderio di spendere
tutto questo tempo in massima agiatezza, senza il distacco dai
genitori (anche se il problema è legato più strettamente alla mamma).
Invece spesso accade che i periodi di vacanza della scuola non
coincidano con quelli lavorativi, ciò comporta che i bambini
tangibilmente abbiano modo di rendersi conto che la mamma sia
vincolata ad impegni al di fuori della famiglia. Ciò accade in
particolare per i bambini della fascia di età compresa fra i cinque e
sei anni, talvolta può addirittura risuonare una minaccia per il
loro equilibrio prendere coscienza del fatto che i genitori non si
occupino solo di loro e cancellare dalla loro mente quella velata
illusione che si erano creati in merito, quando, assorbiti dai tempi
della scuola, non si erano soffermati a pensarvi più di tanto.
[Questo momento di difficoltà, secondo
un’interpretazione psicologica può essere ricollegabile a quello
dell’inizio della scuola materna, intorno ai tre anni. Quest’ultimo,
creando il distacco dall’ambiente domestico, segna in genere la
comparsa della "crisi dell’abbandono", in cui il bambino teme di non
rientrare più a casa. Verso la fine dell’ultimo anno della scuola
materna, al contrario, quando ormai questo dubbio è stato ampiamente
superato si può verificare un altro tipo di crisi, la cui origine è in
un certo qual modo al polo opposto. Questa volta] è tra le pareti
domestiche che si manifesta il timore di mettere in discussione gli
affetti fin’ora dati per certi. In questo caso la madre che si
allontana da casa, nonostante la presenza dei figli, fa sorgere mille
dubbi che assalgono i bambini, i quali si chiedono "perchè lo fa?" "è
forse attratta da situazioni che possono essere più importanti di
noi?" "Ci vuole davvero bene?" "C’è qualcuno che ce la porta via?" "Ci
penserà anche mentre lavora?" "Forse non le piacciono i nostri
giochi?" e così di seguito.
Il consiglio che posso dare è quello di non
sottovalutare i sentimenti che il piccolo soggetto prova in questi
momenti, come per tutte le manifestazioni di difficoltà la sofferenza
che viene espressa attraverso grida e pianti disperati non è solo una
recita, ma l’esasperazione della constatazione di impotenza di fronte
agli eventi. E’ quindi importante che i genitori prestino attenzione
alle rimostranze del loro frugoletto, standogli vicino e aiutandolo a
capire la situazione, ma ovviamente è strettamente necessario
evitare di colpevolizzarsi per non essergli a completa disposizione.
[E’ doveroso ricordare che lo svolgersi dell’intero percorso della
vita dei figli non dipende dalla volontà dei genitori, quindi] sia che
la scelta di lavorare dipenda dal desiderio di emancipazione sociale,
o da una vera e propria necessità economica, o come spesso accade da
entrambe le motivazioni, occorre ricordarsi che alla base della
scelta vi è stata sicuramente una ponderata e opportuna valutazione.
La protesta dei figli contro una situazione non condivisibile,
secondo la loro momentanea visione, non deve risuonare per i genitori
come motivo di colpevolizzazione per delle decisioni errate e nemmeno
come richiesta di una revisione della loro impostazione di vita.
In questo modo si potrebbe rischiare di dover continuamente modificare
ogni situazione, dal momento che qualcosa di non condivisibile si avrà
sempre modo di riscontrarlo.
[Inoltre c’è da tenere presente che quelli che oggi
sono i nostri bambini, bisognosi di sostegno e protezione, sono
destinati ad essere dei soggetti autonomi, capaci di muoversi e
divincolarsi nelle realtà extra famigliari. Il mondo esterno va ben
oltre l’intermediazione dei genitori, gli interventi a vantaggio e per
il piacimento dei figli apportati da mamma e papà non possono arrivare
ovunque, quindi è bene che fin dai primi anni di vita gli individui
imparino ad accettare che vi siano delle condizioni che, anche se non
condivisibili, devono essere accettate per quello che sono].
E’ bene quindi prestare un’adeguata attenzione
quando il soggetto ancora in tenera età, manifesta insofferenza o
addirittura sofferenza ad una situazione e maggiormente quando capita
in modo insistente e ripetitivo, di certo non si possono ignorare i
capricci.
Quindi se si sviluppano pianti e lamenti perchè la
mamma va a lavorare, cerchiamo in primo luogo di comprendere quanto
quella protesta condizioni il successivo comportamento del
contestatore durante l’arco della giornata (magari attraverso i
racconti di chi ci sostituisce nell’accudirlo). In questo modo si può
rilevare l’effettiva incidenza dell’evento sul bambino, per valutare
come intervenire. A volte questo argomento può essere individuato
dai bambini per azionare qualche trucco per ottenere maggiori
agevolazioni, oppure come momento di contestazione per soddisfare
il bisogno e l’inevitabile manifestazione dello scontro generazionale.
Per cui si potrebbe ricorrere alla tipica frase in cui ci si esprime
dicendo "sono solo capricci". Ma attenzione i capricci aiutano i
bambini a sfogarsi e ci segnalano comunque un temporaneo disagio.
Ritengo positivo che i bambini si esprimano, in questo modo ci risulta
più facile aiutarli, per cui un pianto va placato ma non bruscamente
proibito. Ma non bisogna coinvolgersi eccessivamente nel capriccio,
piuttosto riprendere l’argomento che lo ha causato quando le acque si
sono calmate, in modo da aiutare i bambini a comprendere meglio la
situazione che ha originato il capriccio e, come in questo caso, ad
accettare razionalmente le regole sociali.